29 Ottobre 2020 - 19:00

Generazione di fenomeni

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Chiamatemi Pirlo“. Così parlava il centrocampista, allora genoano, Vincenzo Italiano nell’ormai lontano 2005: “Il Signore mi ha donato un calcio lungo e anche abbastanza preciso. E’ sempre stato Albertini il mio modello, ora, per stare al passo con i tempi, potrei dire che mi piacerebbe giocare alla Pirlo“. Trascorsi quindici anni, dopo differenti carriere calcistiche, il destino ha deciso di unire nuovamente i due ex registi utilizzando come anello di congiunzione la panchina di allenatore. Sono tanti i punti in comune dei due mister, a cominciare dall’ottenimento del patentino Uefa-Pro nella stessa seduta dello scorso 14 settembre. “Passaggio calciatore-allenatore. Cosa ricordare e cosa mettere nel cassetto” il titolo della tesi presentata e discussa dal tecnico aquilotto, mentre l’ex centrocampista di Inter, Milan e Juve ha dato vita ad un lavoro intitolato “Il calcio che vorrei“.

Alla base dei due tecnici un credo offensivo ispirato ai grandi maestri: un calcio totale, collettivo, in cui possesso palla e  aggressività rappresentano il pane quotidiano. Teorie già messe in campo dall’allenatore dello Spezia e i cui frutti sono già stati ampiamente raccolti e apprezzati. Non solo la promozione in serie B con il Trapani, ma soprattutto la storica A ottenuta con le Aquile. E pensare che l’avventura con i bianchi era iniziata tutt’altro che tra gli idilli: disordine tattico, gol subiti ingenuamente e squadra relegata in ultima posizione. L’esonero a un passo, poi la svolta e la grande cavalcata fatta di emozioni, gioco spumeggiante e tanti applausi. Un caso legato alla cadetteria? Neanche per sogno, perché, approdato tra i grandi del calcio, Italiano non ha rinunciato al proprio credo e nonostante una rosa letteralmente rivoluzionata, i paradigmi tattici sono rimasti i soliti anche in massima serie, a testimonianza del grande carattere e della grande preparazione del tecnico siciliano.

E invece, colui che da calciatore era fonte di ispirazione per Italiano? Discorso totalmente diverso, almeno al momento. Neanche il tempo di iniziare la propria avventura di allenatore della Juventus Under 23, ed ecco la catapulta in prima squadra a poco più di un mese dall’inizio del campionato. Obiettivo, dimenticare Sarri e portare finalmente il tanto atteso bel gioco. Onori, ma soprattutto oneri di una realtà che difficilmente lascia spazio ad esperimenti, dove non a caso il credo è “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta“. Un avvio tutt’altro che in discesa, con tanti, deludenti, pareggi in campionato ai quali si è aggiunta la sconfitta senza storia contro il Barcellona in Champions League. Insomma un cantiere aperto, incapace però, al momento, di dar vita ad un chiaro progetto. E se anche in questo caso i due allenatori fossero legati dal solito destino? Provando un pochino a fantasticare, potremmo infatti immaginare un parallelo tra l’inizio sfortunato del tecnico juventino con quello di Italiano in terra spezzina. Per come è andata a finire, siamo certi che Pirlo metterebbe ben più di una firma per ottenere gli stessi risultati del collega, ma il calcio ci ha più volte ricordato che, tra tanta teoria e troppi sogni, da una sola regola è governato: la dura regola del campo. Quel campo che, ad oggi, sorride e ha sorriso a Vincenzo Italiano, meno a Pirlo, atteso da un prontissimo riscatto a cominciare dalla trasferta di domenica in quel di Cesena, dove – non ce ne vogliano i tifosi juventini – con i colori bianconeri, nella trionfante stagione 2011/2012, sbagliò un calcio di rigore.

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