Soltanto poche ore fa Mouhamadou Sarr ha rescisso il suo contratto con lo Spezia, ponendo fine con due anni di anticipo al vincolo che lo legava allo Spezia fino al 2028. Ma il portiere senegalese, che ha vissuto altrettante stagioni in maglia bianca contrassegnate da almeno tre infortuni gravi, adesso è pronto a guardare avanti con il suo consueto spirito. Ma ci tiene a tributare un messaggio di saluto alla piazza, che gli ha comunque voluto bene e che porterà sempre nel cuore. Terminato il suo legame con le Aquile, Sarr ora è in cerca di una nuova avventura e intanto vive l’attesa con la sua proverbiale ironia: “Fa più caldo qui che in Senegal” ci tiene a sottolineare con un sorriso. Lo abbiamo intercettato in esclusiva per riavvolgere il nastro di un’avventura con tante emozioni, in ogni caso. E c’è stato spazio per tutto: i momenti difficili, quelli emozionanti e un messaggio speciale per la gente del Picco.
Sarr in esclusiva ai nostri microfoni
Fallou, partiamo la domanda più banale ma che riassume tutto. Come sta?
Fisicamente mi sento molto bene, ho lavorato per rientrare e sono tornato nuovamente e mi dà serenità. Anche mentalmente sono sereno e questo è importante.
Partiamo dalla fine. Come è arrivata l’idea di chiudere il rapporto? È nata da lei?
Sono contento di aver sempre avuto un dialogo molto sereno con la società, che è sempre stata molto corretta con me. Io ho voluto esserlo con lei. Quando si cambia categoria cambiano anche le condizioni a tutti i livelli, non solo economico. Ed è giusto che sia così. Ci sono contratti “scomodi” per il bilancio ed è nelle cose: io non sono una persona che va allo scontro con la società. Con la massima tranquillità abbiamo parlato e in base alla correttezza che c’è sempre stata ho deciso di alleggerire il bilancio e trovare un accordo per liberarmi. In questo modo lo Spezia non avrà problemi di lista o di giocatori fuori rosa. Ognuno ha la sua situazione, per me è questa nella massima trasparenza.
Sono stati nel bene e nel male due anni intensi. Purtroppo ci sono stati tanti infortuni che non le hanno permesso di rendere al meglio.
Il mio approccio all’infortunio è molto semplice: è qualcosa che non si può controllare, in nessuna maniera. Si può fare qualsiasi cosa, ma quando deve succedere succede. Non sono state contratture o piccole cose, qui si tratta di ossa rotte: a quel punto si può decidere di subire oppure di reagire. Io ho fatto la seconda cosa.
Però quando succede più volte cade un po’ il mondo addosso? Non pensa di avere avuto in qualche modo sfortuna?
No, nella mia testa non è concepibile. Significherebbe subire situazioni: esiste il come reagire a ciò che accade, la sfortuna non la posso tollerare. Si reagisce con le scelte che si fanno dopo. Questa è la mia forma mentis, ma non va fraintesa una cosa.
Prego.
Quando succede fa arrabbiare, sei deluso, intendiamoci. Ma è anche giusto ripartire, guardare avanti.
Si porta dietro dei rimpianti per questi anni?
Qualcosa sì. Quello che mi dispiace di più è il non aver potuto sfruttare questo tempo come avrei voluto: perdere il posto per la bravura di un compagno è naturale, così come avere la possibilità di lavorare per riguadagnarmi l’opportunità. Questo è il calcio, ma quello che mi dispiace è l’essere rimasto fuori in situazioni in cui non ho potuto lavorare per tornare in campo più forte e fare ciò che so fare. Quando sono arrivato sul terreno di gioco ho messo le mie qualità ed è stato sotto gli occhi di tutti, ma gli imprevisti hanno portato a questo. Lo accetto, è un capitolo che è stato così e cerco di chiuderlo con il massimo rispetto con cui è cominciato.
Nell’ultima stagione ci sono stati purtroppo anche alcuni errori contro Padova e Monza, che in quel momento hanno dato ulteriore affossamento a una squadra già in difficoltà. Ci ha ripensato?
Ovviamente ci ripenso ora a freddo, con una gestione emotiva differente. Qualsiasi portiere, ad ogni livello, quando prende gol per una qualsiasi imperfezione e magari la squadra perde lo sente di più su di sé. Si ha sulle spalle la responsabilità di tutta la squadra, è un dolore viscerale dentro di te: dispiace perché non è tua intenzione farlo ed è frustrante perché non importa cosa tu faccia dopo. Qualsiasi cosa succeda, rimane la macchia dell’errore precedente, mentre un attaccante può sbagliare tre gol e segnarne uno della vittoria e resta comunque l’eroe della gara. Vale per me, come per tutti i miei colleghi: è il nostro ruolo.
In quel momento arrivò anche l’esonero di D’Angelo. Per lei è stato difficile superare quella situazione?
I tifosi hanno avuto tutto il diritto di criticare. I fatti dicono che per due partite la prestazione non è stata all’altezza ed è giusto che ci sia rabbia, il mio lavoro consiste in questo. Faccio l’atleta, ma devo accettare i giudizi degli altri. Le persone non conoscono il lavoro settimanale che c’è dietro ognuno di noi, vedono soltanto la partita e valutano l’episodio: non puoi che accettarlo. Se non si sa e non si è disposti ad accogliere le critiche è meglio cambiare mestiere. Io vi assicuro che se le persone vedessero come tutti gli atleti lavorano in settimana, molti dei giudizi per le partite sarebbero calmierati. Ma è giusto così.
Si aspettava che Mascardi potesse andare in A?
Vi dico questo: il primo giorno che sono arrivato, due anni, fa, l’ho visto in allenamento e gli ho detto “Masca, sei giovane ma hai un grandissimo potenziale”. Siamo diventati anche amici, ci sfidavamo apposta anche stuzzicandoci perché siamo due persone che adorano farlo in amicizia. Siamo spesso usciti anche insieme fuori dal campo e abbiamo instaurato un bel rapporto. Quando ho saputo dell’operazione con il Torino gli ho scritto subito un messaggio, non posso che essere felicissimo. È forte davvero. Deve solo continuare a lavorare, i risultati arriveranno per lui.
C’è un messaggio che vuole mandare ai tifosi?
Posso dire che per me è stato un grandissimo piacere vivere in questa città, giocare per lo Spezia. Ho incontrato compagni e staff di primissimo livello, persone fantastiche e una tifoseria calda. Giocare sotto la Ferrovia è un’iniezione di adrenalina che si prova in pochi altri stadi in Italia. È veramente piacevole. Ma il calcio è così: le strade si separano, l’importante è farlo nella massima trasparenza e rispetto. Quando vedrò un’aquila e il bianconero penserò sempre a questi colori.
E adesso? Nel farle un grande in bocca al lupo che cosa bolle in pentola?
Per il momento valuto tutto quello che arriva con la massima tranquillità e senza fretta. Valuteremo il prossimo passo con serenità, qualunque sia.

